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La prova a mano: che cosa insegna una piccola pressa

Il torchio a mano resta uno strumento di lettura: chi tira una prova impara a vedere la pagina prima che esista. Ecco che cosa si impara, foglio per foglio.

Torchio tipografico a mano su un banco di laboratorio con un foglio di prova appena tirato e il rullo inchiostratore accanto

Tirare una prova a mano insegna ciò che nessun file mostra sullo schermo: come la pagina occupa davvero il foglio, come l’inchiostro si posa sulla carta, dove la composizione cede. Nella fabbrica del libro la prova non è una copia ridotta dell’edizione: è lo strumento con cui l’edizione si giudica prima di esistere, foglio per foglio. Chi prepara un torchio e tira venti prove impara a leggere la forma tipografica più in fretta di chi rivede venti volte un pdf.

Che cosa si impara tirando una prova a mano?

La prima lezione è il registro: se la forma non è ferma nel telaio e il foglio non trova sempre lo stesso punto, il testo stampa due volte e la pagina muore. La seconda è la pressione: troppa schiaccia i caratteri nella carta e lascia il rilievo sul retro, troppo poca lascia grigio ciò che doveva essere nero. La terza è l’inchiostro, che non perdona: un velo in più riempie i contropugni delle lettere, un velo in meno spezza i tratti fini. Ogni prova si tira, si guarda controluce, si annota, e si corregge una sola cosa per volta. Le botteghe che tengono un registro di questo lavoro sono preziose per chi impara: prove a mano sulla baia è la cronaca documentaria di The Working Shore, che segue una piccola pressa sul litorale della Chesapeake, dal blocco inciso al foglio tirato, impressione dopo impressione.

Come si prepara un torchio per la tiratura?

Il torchio a mano, discendente dello strumento che la voce torchio tipografico dell’enciclopedia libera descrive nelle sue parti, chiede una preparazione ordinata. Prima la forma: caratteri o matrice vanno legati nel telaio, con i margini di legno che reggono la pressione senza far muovere nulla. Poi il timpano e la fraschetta, che tengono il foglio fermo e proteggono ciò che non deve stampare. Poi la carne sotto la platina, cioè lo spessore di cartoni che ammorbidisce il colpo: la si regola provando su carta di scarto finché l’impressione è netta e non affonda. Infine l’inchiostro, steso sottile sul rullo o sul tampone e rinnovato a ogni foglio. La regola delle botteghe è sempre la stessa: si prepara una volta sola, con calma, e poi si tira senza più toccare la forma.

Le prove della tiratura a mano: che cosa si controlla e quando ci si ferma
PassaggioChe cosa si controllaQuando ci si ferma
Prova di composizionerefusi, giustezze e spazi bianchi della paginaquando il testo è pulito
Prova di registroil foglio torna sempre nello stesso puntoquando fronte e retro combaciano
Prova di pressionenero pieno senza rilievo sul retro del foglioquando la carne è regolata
Bon à tireril foglio di riferimento firmato da chi lavoraè la prova che autorizza la tiratura
Esemplare di edizioneconfronto con il bon à tirer, copia per copiaa fine tiratura, prima della numerazione

Quando una prova diventa edizione?

Il confine si segna sul bon à tirer: il foglio che chi lavora firma come riferimento e che chiude la fase delle prove. Da quel momento ogni foglio tirato è un esemplare, non una prova, e la disciplina cambia: si controlla l’inchiostro ogni poche copie, si tengono i fogli scartati separati, si numera e si firma solo a tiratura finita, quando la carta è asciutta. Il colophon registra il numero di esemplari e il tipo di torchio: è la dichiarazione con cui una tiratura a mano si presenta al lettore, e indicativamente le piccole edizioni italiane di questo genere stanno tra le trenta e le centocinquanta copie.

La ronda della tiratura

Prima di dichiarare finita una prova, la ronda passa sugli stessi punti:

  • la forma è legata e il foglio torna in registro su più prove consecutive;
  • l’inchiostrazione è uniforme: niente lettere vuote, niente contropugni riempiti;
  • il retro del foglio non porta rilievo, segno che la pressione è giusta;
  • ogni correzione è stata provata da sola, una modifica per prova;
  • il bon à tirer è firmato e conservato a parte, mai nella pila;
  • i fogli scartati sono marcati e non possono finire nell’edizione;
  • il registro di lavoro annota data, inchiostro, carta e numero di prove;
  • la numerazione aspetta la carta asciutta, non la fretta.

Errori comuni

Il primo errore è correggere due cose insieme: chi ritocca registro e inchiostro nella stessa prova non capirà quale modifica ha funzionato. Il secondo è inseguire il nero con la pressione: un grigio si cura con l’inchiostro, non con più carne, e chi spinge troppo il torchio rovina caratteri e carta. Il terzo è buttare le prove brutte: sono il registro del lavoro, e una bottega che le conserva sa raccontare come è nata l’edizione. L’ultimo è confondere prova e scarto: la prova è un documento, lo scarto è un foglio da escludere, e l’edizione comincia solo quando i due non si mescolano più.

In sintesi

La prova a mano è una lezione di lettura: chi la tira impara a vedere il nero, il registro e il margine prima che diventino difetti ripetuti in cinquanta copie. La stessa disciplina, guardata dal lato del lettore, è ciò che rende un’edizione riconoscibile: lo racconta la storia di come i manga arrivarono in edicola, dove formato e canale decisero il destino di una collana, e lo ricorda la tabella dei formati, prima prova che ogni editore italiano conosce già.