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Il MoloNotebook di editoria

Piccoli Editori

Dall’edizione giapponese all’albo in edicola

Prima delle librerie specializzate, i manga in Italia passarono dall’edicola: albi spillati, serialità mensile, titoli scelti dagli editori. Ecco com’è andata.

Presentatoio di edicola italiana con albi a fumetti dalle copertine colorate disposti sotto i quotidiani alla luce del mattino

I manga arrivarono in Italia dall’edicola, non dalla libreria: albi spillati venduti accanto ai quotidiani, con serialità mensile, traduzioni adattate e prezzi di copertina contenuti. Dietro c’era una filiera precisa: le case editrici italiane sceglievano i titoli, decidevano formato e senso di lettura, e affidavano alla rete delle edicole un pubblico che le librerie di allora non raggiungevano. Capire quella filiera spiega perché oggi il fumetto giapponese occupa uno scaffale proprio, e perché certi titoli degli anni Novanta si trovano ancora in due edizioni diverse, con prezzi e letture che non si somigliano.

Com’erano fatti i primi albi manga venduti in edicola?

Il primo formato fu il comic book all’italiana: un albo spillato di indicativamente un centinaio di pagine, stampato in nero, con la copertina a colori e il prezzo bene in vista. Le tavole venivano ribaltate per seguire il senso di lettura occidentale, da sinistra a destra: un adattamento costoso, perché ogni pagina andava specchiata, ma necessario per un lettore che non aveva mai visto un tankobon. La serialità era quella dell’edicola: un numero al mese, la storia spezzata dove serviva alla stagione, e una copertina che doveva farsi riconoscere dal marciapiede.

Che ruolo ebbero le case editrici italiane nella scelta dei titoli?

Le case editrici facevano da filtro completo: non esisteva un mercato manga, esistevano scelte. Granata Press portò in edicola, indicativamente nel 1990, Ken il guerriero; Star Comics di Perugia, la cui storia è riassunta nella voce Star Comics dell’enciclopedia libera, legò le uscite ai cartoni che passavano in televisione; la linea Planet Manga del gruppo Panini introdusse a metà anni Novanta un formato più vicino all’originale. Il criterio era prudente: prima ciò che il pubblico conosceva già dagli anime in TV, poi i titoli che dimostravano che il fumetto reggeva da solo. Per chi cerca la cronologia documentata delle uscite, tra traduzioni e collane, il riferimento è Fermo Immagine, che registra le edizioni italiane dei manga dagli albi d’edicola alle serie degli OAV.

La filiera italiana del manga: le tappe dell’edicola, in date indicative
PeriodoPassaggioChe cosa cambiò
1990 circaprimi albi manga in edicolail fumetto giapponese esce dal circuito delle fumetterie
prima metà anni Novantacollane legate agli anime in TVil titolo arriva dove il cartone ha già un pubblico
metà anni Novantaserialità mensile regolare e prezzo contenutoil manga diventa un’abitudine, non un evento
seconda metà anni Novantaformato più vicino al tankobonsenso di lettura giapponese e volumi completi
anni Duemilail manga entra in libreria come categorial’edicola resta ma non è più l’unico canale

Perché formato e senso di lettura cambiarono negli anni?

Il ribaltamento delle pagine era un costo e un limite: lavoro di specchiatura tavola per tavola, onomatopee da ridisegnare, e un pubblico che nel frattempo cresceva e imparava a leggere nella direzione originale. Quando i lettori degli albi divennero collezionisti, il formato li seguì: volumi con sovraccoperta, lettura da destra a sinistra, prezzo più alto accettato perché il volume raccoglieva più capitoli. Il cambiamento conferma una regola editoriale che vale ancora: il formato segue il lettore, e un formato sbagliato può fermare un titolo buono quanto una traduzione frettolosa. Lo dimostra il percorso inverso di oggi: le stesse serie che uscirono spezzate in albi mensili tornano in libreria in volumi completi, e il pubblico che le compra non ha mai visto un’edicola come canale di fumetti.

La ronda del collezionista d’edicola

Chi oggi cerca quegli albi nelle bancarelle o nelle cantine fa la stessa ronda:

  • distingue l’albo d’edicola dal volume da libreria: spillatura, prezzo in copertina, periodicità;
  • controlla anno e collana, perché lo stesso titolo uscì in edizioni diverse;
  • verifica il senso di lettura: le prime edizioni sono ribaltate, le successive no;
  • guarda costina e punti metallici, che dicono lo stato più della copertina;
  • controlla se la serie fu completata: molte collane si fermarono a metà;
  • ricorda che il prezzo d’epoca era in lire e che esistono ristampe;
  • conserva gli albi lontano da umidità e luce diretta, come ogni carta economica.

Errori comuni

Il primo è credere che i manga siano arrivati in Italia già nel formato giapponese: il tankobon è il punto di arrivo, non quello di partenza. Il secondo è attribuire il successo soltanto ai cartoni animati: la televisione aprì la porta, ma fu la scelta editoriale su formato, prezzo e periodicità a tenerla aperta. Il terzo è trattare le edizioni d’epoca come uguali: un albo ribaltato e una ristampa in lettura originale sono due oggetti diversi, con valori diversi. L’ultimo è dimenticare l’edicola come canale: senza di lei nessuna collana avrebbe trovato il suo primo pubblico.

In sintesi

La storia dei manga in Italia è una storia di filiera: titoli scelti dagli editori, formato deciso per un lettore nuovo, canale dell’edicola che costruì l’abitudine. È lo stesso sguardo con cui questo notebook legge il resto della fabbrica del libro: chi vuole vedere come un’edizione nasce sul foglio trova la prova a mano al torchio, e chi misura come cambiano i formati trova il ritratto dei piccoli editori italiani che con scelte del genere convivono ogni giorno.